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ORLANDO ACCETTA

SCRITTORE, POETA E GIORNALISTA

 


Mix di storia farąguli e mestieri antichi

di Orlando Accetta

Riteniamo, da sempre, quali ricercatori di tradizioni e usi pizzitani, che sia fortemente necessario valorizzare quella che č stata definita "L'Italia minore", cioč quella parte del territorio ancora non sufficientemente sfruttata dal punto di vista turistico, ricettivo, artistico, folclorico, dell'artigianato, della cucina, per incoraggiare lo sviluppo di un turismo permanente.

Sarebbe necessario un coordinamento di tutte le forze presenti sul territorio per costituire un comitato specifico, con lo scopo di attivare un’adeguata programmazione nei vari settori della cultura, in particolare nel recupero delle tradizioni napitine, nella poesia dialettale, nonché nelle filastrocche, proverbi, canzoni d'amore e di sdegno, usi e costumi, teatro dialettale, storiografia locale, soprannomi, "farąguli", carnevale napitino, sagra del pesce, sagra delle fragole, sagra «d"i zģppuli e monacčji». Insomma di tutto quello che contribuisce in maniera sana a riscoprire le proprie origini.

                                                    

                                                                                                                     Zzģppuli

Non č necessario andare molto indietro nel tempo per ricordarsi del gran numero di artigiani che erano presenti a Pizzo, con i loro modesti ma decorosi laboratori che rendevano vivi i vicoli e le stradine del centro storico. Alcune categorie di artigiani, pochissime, per la veritą, ancora perdurano, anche se con molte difficoltą, men­tre parecchie altre categorie so­no gią scomparse da qualche tempo o sono in via di estinzione: resistono al progresso, forse ancora per poco, tre esempi di artigianato da recuperare e da valorizzare, e sono quelli del "trimagghjčri", del "cofinąru", dello “stagnģnu” o “stagnąru”.

L'ultimo dei "trimagghjčri": "U Rčju" - Un pizzitano che ancora costruisce le reti artigianalmente

Fin dalle sue origini Pizzo sorse come villaggio di umili pescatori che misero sempre in evidenza la loro natura marinara, quindi vivendo sul mare e da cui hanno tratto il necessario per vivere. Molto fiorente fu a Pizzo, nei tempi passati, l'arte dei costruttori di navi e di barche, localmente chiamati "mastri d'ascia", dei "mastri cordąri", dei costruttori di reti di ogni grandezza e specie da utilizzare per i vari tipi di pesca. Attivitą artigianali che oggi purtroppo sono quasi totalmente scomparse e che, se opportunamente protette e incentivate con idonei interventi finanziari, sicuramente avrebbero potuto essere una consistente e sicura fonte di lavoro per parecchi giovani, specialmente in questo periodo storico caratterizzato da una disoccupazione galoppante e inarrestabile.

Fortunatamente, perņ, ancora resistono alla cosiddetta modernitą alcuni pescatori che, sulla scia degli insegnamenti ricevuti dai loro padri, continuano a costruire le reti, un tempo fatte col cotone, oggi col nylon perché pił resistente. Uno di questi č Giacomo Procopio, di professione capo barca e pescatore a tempo pieno, ma che nei ritagli di tempo libero e nelle tempestose giornate invernali, quando «non si poti jģri a largu mari» (in alto mare), costruisce le reti per se e per quelli che non lo sanno fare.

Giacomo Procopio č un pizzitano purosangue e ci tiene a evidenziarlo, non č molto "vecchio" essendo nato a Pizzo nel 1942. Č figlio di "Roccu 'u Jģa", soprannome che lo identificava anche fuori dalla sua Cittą e altrimenti non conosciuto, anch'egli pescatore, che ha avuto l'accortezza di trasmettere il suo "mistčri" (mestiere) a tutti i figli, ma soprattutto a Giacomo, noto con nomignolo di "'U Rčju", il quale fin da quando era piccolissimo ha appreso tutti i segreti necessari. Sa fare tutti i tipi di reti, ma nel suo ambiente č molto apprezzato per la grande bravura, la perfezione e la velocitą con cui costruisce il «Trimągghju», una particolare e complessa rete, usata per pescare le seppie, che si presenta con tre ordini di maglie, perciņ composta di tre teli di rete sovrapposti, di cui due esterne a maglie larghe e un’interna a maglia stretta, tenuta verticalmente in sospesa in alto ai sugheri che galleggiano e al fondo con una zavorra di piombo.

                                                                 

                                                                                                             ‘U Rčju

 

Un mestiere destinato a scomparire: " 'U cofinąru"

Il mestiere di "cofinąru" (cestaio) a Pizzo perdura per il merito e per la passione di "Mastru Nicola", ultimo erede di una famiglia i cui componenti, negli anni passati, si sono distinti per l'ottima qualitą e per la varietą degli articoli prodotti: "cisti", "cistłni", "cņfini", "panąri", "fģscini", "cannģzzi", "tafarčji", "coffi". Oggetti che erano venduti in tutto il circondario di "Mundalałni" (Monteleone), ma anche fuori.

Ma fino a quando "Mastru Nicola" sarą in grado di sob­barcarsi l'ingrato e pesante compito di andare per i boschi a reperire la materia prima che gli serve per il suo lavoro? Trasportare con un piccolo vespino le canne e le verghe di mirtillo o di olmo non č dav­vero comodo, né facile. E poi, ancora pił complicato č vendere gli oggetti che escono dalle sue agili ed esperte mani, per cui "Mastru Nicola", dopo aver smesso i panni di artigiano, č costretto a trasformarsi in commerciante ambulante, girovagando di qua e di lą per i merca­tini o sostando nelle zone frequentate dai turisti, particolar­mente alla "Marina", sulla via Nazionale nei pressi del "Bar degli Amici", lungo la Via Prangi nei pressi della "Chiesetta di Piedigrotta", e anche a Vibo Valentia.

Sarebbe peregrina l'idea che il Comune gli affidasse l'incarico di istruire dei giovani, even­tualmente interessati a questo mestiere, istituendo degli ap­positi corsi professionali con finanziamento della Regione Calabria per l'accesso al mondo del lavoro? I primi destinatari potrebbero essere quei giovani in situazione di svantaggio, apparte­nenti alle fasce deboli della societą, ivi compresi tutti quelli che per varie motivazioni hanno interrotto gli studi prima di adempiere gli obblighi di legge, stimolando la fiducia in se stessi e nelle istituzioni: si dimostrerebbe che qualcuno s’interessa di loro e che ha a sorte il loro futuro. Questo eviterebbe, senz'altro, il rischio di possibili devianze crimi­nali.

Chissą che, per mezzo di "Mastru Nicola", non si possa rinverdire il mestiere di "cofinąru" prima che egli che č uno degli ultimi "esemplari" presenti in tutto il vibonese, chiuderą la sua attivitą, una delle rare testimo­nianze della civiltą contadina, segno di un passato che si č caratterizzato per laboriositą, serietą e senso del sacrificio.

Altro mestiere in via di estinzione: Mastro Rocco Lico, l’ultimo “stagnģnu”

A Pizzo, ma in tutto il vibonese, la categoria degli “stagnini” o “stagnari” era abbastanza numerosa e diffusa territorialmente, perché ognuno di loro aveva una sua specifica clientela che andava servita a dovere e in modo repentino perché, data la povertą incombente, una era la “camčlla” (pentola) posseduta e che serviva per cucinare, una la “coddąra” (caldaia) per l’acqua calda e che poi sarebbe servita per lavarsi (e dove erano le vasche da bagno e le docce?), per fare il “sapłni ‘i casa”, per la “vucąta” (bucato). In particolare, gli “stagnini”, almeno nel periodo estivo, quando si “caląva” (s’impiantava) la tonnara, vivevano i migliori e pił proficui giorni del loro mestiere poiché venivano chiamati dalle diverse ditte conserviere esistenti, completamente artigianali, a chiudere manualmente le scatolette del tonno sott’olio, che in seguito venivano bollite a bagnomaria. Era il periodo del gran lavoro e dell’entrata sicura, che garantiva alla propria famiglia una certa serenitą economica.

Oggi gli “stagnini” sono completamente scomparsi, resiste al tempo come roccia di granito solamente mastro Rocco Lico (Mastru Roccu), settantenne personaggio, esile, longilineo, signorile, educato, paziente con tutti, pizzitani e turisti che si avvicinano, scambiano qualche parola, domandano come vanno gli affari, domandano cosa č quell’oggetto e quest’altro, e lui sempre a spiegare, a chiarire, a informare, in dialetto e ove possibile in italiano: ‘a lanterna, ‘u coppu per i fichi d’india, ‘a grattarņla del formaggio, ‘u porta ņgghju, ‘a tčja per i dolci, ‘a sąssula, ‘u bottu, ‘u portacirņggini, ‘u coppģnu, ‘u mbutu, ‘u catu.

Un settantenne ormai pensionato, ma forte come una quercia, che si č cresciuto sempre in quello stesso locale, piazzato in un angolo di Corso Garibaldi, in pieno centro storico, dove era portato dal padre, stesso mestiere, gią da quando aveva appena tre anni. Quindi, č cresciuto respirando lamiere, zinco, stagno, acido, e ascoltando l’unica “musica” a lui nota, quella della mazzetta di legno o di acciaio che in modo ritmico e continuo colpiva l’incudine, per modellare, cavare, curvare, incastrare, e infine saldare.

Mastro Rocco ha fatto solo e sempre il mestiere di stagnino e di questo va orgoglioso, ma adesso, deluso, dice: «Č un lavoro che non vale pił niente, lo faccio perché sono in pensione e non so dove andare, sono rimasto qua perché č una vita che sono qua, in questo locale. Mio nonno era stagnino, mio padre era stagnino ed č morto nel 1962 e dopo di lui sono subentrato io».

E i figli? Ne ha tre, e quando lo dice gli brillano gli occhi. Gli chiediamo se i turisti comprano. La risposta, immediata, č quasi di fastidio e di delusione, sentimento comprensibile per uno che con la latta, con lo zinco, col rame fa veri e propri gioielli: «I turisti? Si, sono interessati, specialmente quelli tedeschi guardano soltanto, toccano, ma non comprano niente, questi oggetti non li capiscono ed io a spiegare e rispiegare, anche perché c’č l’ostacolo della diversa lingua. Ogni 300 persone compra soltanto una. Nei mesi di luglio e agosto riesco a vendere qualche oggetto particolare e ormai introvabile, ma ai turisti italiani, romani, siciliani, genovesi e napoletani. Sono collezionisti ad amanti dell’artigianato locale, i tedeschi non sanno nemmeno che cosa sono».

                                                                  

                                                                                                         Mastro Rocco Lico

La storia di Pizzo, in provincia di Vibo Valentia, s’intreccia in modo vistoso e sovrabbondante con la storia napoletana e siciliana, per questo molte usanze e mestieri si sviluppano quasi in fotocopia, seppur con qualche piccola differenziazione locale, come d’altronde č naturale che sia.

La stessa cosa avviene per i detti, i motti, i proverbi che in molti sono uguali, differenziandosi per alcune parole specifiche attualizzate nella terra in cui si sviluppano. Ugualmente, d’altronde, avviene anche in paesi limitrofi, distanti appena qualche chilometro tra loro.

Ebbene, tanto a Napoli e in Sicilia quanto in Calabria, molteplici furono i mestieri esercitati e che garantirono per secoli la sopravvivenza di quelle famiglie pił umili, soggiogate da una povertą umiliante e frustrante. Mestieri e arti che, ovviamente, fino a pochi decenni addietro esistevano, e numerosi, anche a Pizzo, mentre oggi essi sono quasi completamente scomparsi, oppure qualcuno resiste ancora perché esercitato per passatempo, in modo hobbistico.

Completamente scomparsi, sono: carrozzéri, verniciatłri di mobili, forgiąri, rotąri, conząri, cordąri, mastri d’ascia, barcarņli, ricamatrici, pettinatłri, capijąri, trojinąri, frascąri, cavatłri, mastri salatłri, lavandąri, guardiani, crastatłri, mulattčri, calafatąri, putatłri, ogghjuląni, sapunąri. Mentre si nota ancora qualche: custurčri, scarpąru, massąru, zappatłri, crapąru, facchinu, vastasu, furnąru, falignami, janghijatłri, varbčri, seggiąru.

 

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 Giuseppe Pagnotta

 

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